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Here's an article that every self respecting and true Milanista should not only read, but never forget. It's one of the most beautiful hommages I have read on the greatest of all: The Divine Swan. :heart:
Reminded me of so many great memories and gave me the goosebumps and tears. Like only Il Cegno knows. :shades:

Sources: (ilfoglio.it):

L’OLANDESE DANZANTE

Gli bastarono dodici secondi per dire addio.
“La notizia è corta. Semplicemente ho deciso di smettere di fare il calciatore. Grazie a tutti”. Disse così il 17 agosto 1995, dieci anni fa, quando smise ufficialmente con il calcio giocato. Dodici secondi. Sedici parole. Il tempo sufficiente perché si capisse che Marco Van Basten non avrebbe avuto eredi. Stasera, quando dalla panchina dell’Olanda, vedrà muoversi sul campo Ruud Van Nistelrooy sentirà qualcuno indicarlo ancora una volta come il suo successore. Resterà in silenzio, pensando che non è vero. C’è che il pallone ha sempre bisogno di paragoni, anche
quando sa perfettamente che uno come lui non ci sarà mai più. Potrà nascere un altro Maradona, ma non avremo un nuovo Van Basten. E va bene così perché quando hai avuto l’originale,quando l’hai visto e te lo sei goduto, chissenefrega di avere la copia sbiadita, uno che lo scimmiotta senza poter mai raggiungerlo. Il pallone allo specchio. Ci hanno provato in tanti. Troppi. Lascino perdere, che è meglio. Vadano per la loro strada, senza cercare di imitarlo, senza provare a muoversi come lui, senza immaginare un giorno di aspettare un pallone che arriva dal cielo, di accompagnarlo a terra con il sinistro, tenendolo incollato al piede, di portarlo sul destro in mezzo a tre avversari e poi di metterlo in rete nell’unico spazio che è libero, in quella cruna dove la palla può passare soltanto se è magica. Qualcuno potrebbe anche farlo a modo proprio, ma non sarà mai come quel gol del 4 a 4 contro il Pescara. La seconda di tre reti nella stessa partita. Un giorno, forse, un altro ragazzo colpirà al volo di destro una palla quasi inutile, rendendola una delle cose più belle viste da sempre su un campo di pallone. Magari sarà anche in una finale del campionato d’Europa e di fronte ci sarà un monumento della porta come lo era il 25 giugno 1988 Rinat Dasaev. Potrà succedere, ma non sarà uguale.

Non sarà lo stesso incantesimo, non sarà mai tutto così naturale e assoluto. Perché la perfezione dei gesti calcistici è rara ed è già passata. S’è fermata sulla cartilagine della caviglia sinistra di questo ex ragazzo che ha detto stop definitivamente quando aveva neppure 31 anni e di fatto è rimasto interrotto quando ne aveva poco più di 28, il 23 maggio 1993. L’ultima partita. Marco Van Basten ha chiuso un’epoca che è stata soltanto sua. Perché lui non è stato soltanto un giocatore. E’ stato uno specchio: il calcio s’è guardato in lui e s’è scoperto bello. Ha potuto essere elegante e raffinato, altero ed educato, gentile e nobile. Attraverso i suoi movimenti il pallone ha immaginato di essere il tennis e la scherma, dove conta tecnica e cervello, dove il colpo è vincente quando non c’è sbavatura, dove prima di agire devi pensare alla soluzione che ti dà il punto. E tra le tante possibili scegli quella che è nello stesso tempo la più efficace e la più aggraziata, quella che fa pensare agli altri che se c’è uno più forte di te, devi accontentarti di stargli dietro. Un singolarista in un gioco di squadra Perché Van Basten è stato un singolarista in un gioco di squadra. Non uno che dribblava sette uomini e se ne andava in porta da solo. Non uno innamorato del pallone tanto da irritare i compagni di squadra. Non un egoista. Uno che ha inteso il calcio come l’insieme delle capacità di ciascuno: tu difendi, tu costruisci, io segno. E ognuno lo fa con i suoi mezzi: lui usava l’estetica.

E’ per questo che non s’è mai inteso al cento per cento con Arrigo Sacchi, che voleva i numeri al posto degli uomini e poi quando era troppo tardi s’è arreso all’evidenza: senza gli uomini, i numeri contano poco.
A Milano era arrivato dopo aver scaldato il cuore da tifoso di Silvio Berlusconi. Si racconta che lo staff del Milan portò al presidente una videocassetta: dopo 30 secondi, dopo il replay di un gol in rovesciata, l’ordine di acquistarlo nel supermercato olandese dal quale arrivarono anche Ruud Gullit e Frank Rijkaard. La prima volta che si incontrarono di persona, lui e Berlusconi, fu nella notte tra il 19 e il 20 novembre del 1986, all’Amstel Hotel di Amsterdam. Era appena finita Olanda-Polonia, i dirigenti del Milan organizzarono una cena con Marco e Ruud. A lume di candela. Sette operazioni e 309 reti Van Basten fu pagato un miliardo e 750 milioni alla scadenza del contratto con l’Ajax: l’acquisto più conomico della prima era Berlusconi. Si ritrovò Sacchi come tecnico, ma non si eranoconosciuti prima. Ecco perché non si amarono. Ed ecco perché, invece, ha sempre fatto scopa con Johann Cruyff, il suo maestro, quello che la bellezza l’aveva portata per primo in uno stadio e poi l’ha donata al suo pupillo.

L’ha benedetto, lasciandogli il compito di fare quello che a lui non era riuscito: vincere con il calcio totale, con quel sistema che nel 1974 e poi nel 1978 fu sconfitto a pochi passi dal trionfo. Perché il calciatore che oggi non ha eredi, l’eredità l’ha raccolta e l’ha fatta fruttare. E’ cominciata così la storia di Marcel Van Basten, diventato Marco perché la nonna non riusciva a pronunciare il nome vero. E’ cominciata con una pacca sulla spalla datagli da Cruyff, quando aveva 17 anni. Era il 3
aprile 1982, Johann chiese un cambio alla panchina dell’Ajax che giocava in casa contro il Nijmegen. Il Signore uscì toccando il ragazzo: pochi minuti e fu il primo gol. Il primo di 218 con le maglie di club tra campionato olandese e italiano, in 280 partite giocate, divise per dodici stagioni. Il primo di 309 totali, coppe europee e nazionale compresa. Gli unici numeri che contano nella carriera di Van Basten sono questi, appresso alla contabilità delle operazioni chirurgiche (sette), dei
giorni per quei recuperi sempre sperati e dei mesi di sofferenza. Il dolore: tutta la vita di Marco Van Basten è stata l’opera struggente di un formidabile genio, per dirla alla Dave Eggers. Ha iniziato presto a provarlo, prima di quanto si possa immaginare, prima che le radiografie gli dicessero che la caviglia non aveva più le fondamenta e non sarebbe mai più tornata a posto. Il dolore ha fatto parte dell’esistenza di Van Basten più che di quella di qualunque suo collega: più di Roberto Baggio, che s’è giocato quattro volte le ginocchia, più di Alessandro Del Piero, che gliene è bastata una, più di chiunque. Marco ha cominciato a combattere con il suo corpo che era ancora Marcel: dodici anni, appena dopo essere stato scelto dai tecnici delle giovanili dell’Ajax. Sindrome di Pfeiffer, dissero i medici, malattia che colpisce gli adolescenti quando sono affaticati. Rimase a riposo assoluto per tre mesi. Nei primi 30 giorni non riusciva neppure ad alzarsi dal letto per andare in bagno. A 14 anni altri guai: cresceva in fretta, 15 centimetri l’anno. Aveva sempre dolori all’inguine.
Altro consulto medico: i muscoli delle gambe si allungavano troppo, diventavano sempre più piccoli. Gli chiesero di smettere col pallone, gli dissero che se non l’avesse fatto avrebbe rischiato di finire su una sedia a rotelle a 20 anni. Restò fermo per poco, poi riprese. Tra la pallavolo e il pianoforte- Poteva finire lì Van Basten calciatore. Ne avremmo sentito parlare ugualmente. Lui è uno che sarebbe riuscito comunque. Non avesse giocato a pallone, l’avremmo visto da qualche altra parte. Avrebbe potuto fare il centrale, l’opposto o il laterale di pallavolo, perché al liceo una volta il professore di educazione fisica gli disse: “Hai l’altezza giusta, posso farti fare un provino in una squadra vera”. Oppure musicista. Suonava il pianoforte: “Mi è sempre piaciuta la musica classica, da bambino prendevo lezioni di piano. Piaceva a mia madre. Adesso da adulto l’ho riscoperta, come la sento mi vengono i brividi, mi sembra che si aprano spazi nuovi, come se ci fosse un discorso pulito e importante tra questi suoni e l’uomo”.Van Basten non è diventato un pianista per colpa del calcio, perché un giorno mentre era a lezione in casa con il maestro, il televisore era acceso e trasmetteva una partita, così Marcel si distraeva troppo. L’insegnante chiuse libri, spartiti e tastiera: “Signor Joop, suo figlio non mi segue, non verrò più”. E’ stato l’unico momento in cui Van Basten ha dato un dispiacere alla mamma Lenie. Lei, che nel 1984, quando Marco vinse la scarpa d’argento
come secondo miglior bomber d’Europa, organizzò una festa in casa sua, nella stanza che poi è stata trasformata nel museo personale della famiglia. La signora costrinse il marito a far coniare una bottiglia d’argento per regalarla all’altro figlio. Stesso metallo per non scontentare nessuno.

Successo diverso: “Nel bere birra Stan è un campione”. L’altro figlio, Stan, è Stanley, chiamato così perché Joop, ex calciatore, voleva che il primogenito diventasse un giocatore e allora il nome di Matthews, il primo pallone d’oro della storia, poteva portare fortuna. Invece il fenomeno è arrivato dopo, il 31 ottobre 1964 a Utrecht, sotto il segno dello Scorpione. E’ arrivato e ha conquistato tutto: quel pallone d’oro di Sir Stanley l’ha vinto tre volte, si è portato a casa anche tre scudetti olandesi, tre coppe d’Olanda, una coppa delle coppe, poi tre scudetti italiani due supercoppe italiane, due coppe dei campioni, due coppe intercontinentali, due supercoppe europee e un campionato europeo per nazionali. Felicità, la pausa tra un dolore e un altro. La caviglia sinistra è entrata nella sua vita nel 1986, a 22 anni. Fu uno scontro di gioco con Olde Riekerink del Groningen: “E’ stato l’inizio dei miei problemi, ma non la causa. Quando mi hanno visitato dopo quell’infortunio si sono accorti che c’era qualcosa di strano a prescindere dalla botta. Mi hanno operato la prima volta. Oggi l’unica cosa che non farei più è farmi aprire la gamba così spesso”.

Era un difetto congenito, naturale, una di quelle cose che, se fai una vita normale, non te ne accorgi neppure, se invece usi i piedi per lavorare e stupire il mondo, sei condannato. E’ stato il destino a fermare Marco, non un difensore troppo violento. Quelli li avrebbe superati, li avrebbe scartati, li avrebbe lasciati fermi a osservare come si muove un ballerino quando suona una melodia perfetta. Perché Van Basten è stato lo sportivo più vicino a Rudolf Nureyev.:heart::shades: Non c’entra quella danza del ventre improvvisata quando festeggiava un gol, quella cominciò a farla proprio per sbertucciare un difensore che conosceva la caviglia malata e picchiava sempre più forte. Era Pasquale Bruno. Fu punito da un autogol e Marco Van Basten gli andò incontro per prendersi la sua vendetta: tu picchi, tu meni, tu mi vuoi fare fuori, eccoti servito. E ballò per qualche secondo, con quello per terra che l’avrebbe preso a pugni. No, la vera danza di Marco Van Basten erano i movimenti sul campo, quelli più belli perché uno alto quasi un metro e novanta che ondeggiava leggiadro in mezzo agli altri ti lasciava a bocca aperta. L’estetica abbinata al risultato Di lui si sono innamorati in tanti. Se ne è innamorato Andrea Scanzi che ha scritto “Canto del Cigno”, una biografia non biografica, inno alla bellezza dei suoi gesti. Se n’è innamorato soprattutto Carmelo Bene: “Van Basten in ogni partita sembrava straordinario (…). Era uno che più che giocare era giocato. Nel senso che, istintivamente, diceva: quando si è qua, si tira di collo destro, quando si è di là, di collo sinistro”. La perfezione. Marco lo hanno chiamato Computer e poi Basic, perché il suo calcio è sempre stato la sintesi tra la meccanica e il colpo. Non quello estemporaneo, ma quello giusto.

Come quando segnò al Santiago Bernabeu, contro il Real Madrid in coppa dei campioni. Mauro Tassotti crossò verso l’area, la palla arrivò a destinazione che era bassa. Uno normale gli sarebbe andato incontro per fermarla di piede, cercare il duello col difensore e provare a calciare. Van Basten si tuffò di testa, a pelo d’erba, colpì dal basso verso l’alto, il pallone toccò la traversa poi la schiena di Francisco Buyo. Entrò. Ecco Basic, ecco il Computer, quello che in pochi secondi ti fa l’operazione: se faccio quello che s’aspettano, mi fregano; se li prendo in controtempo, li frego io. Il calcolo. Come la rovesciata al Goteborg, nell’ultima volta che segnò in una partita europea, a San Siro: l’estetica abbinata al risultato. La meraviglia. Nessuno poteva rovinare il disegno Quando c’era lui in campo nessuno doveva permettersi di rovinare il suo disegno. Neppure l’arbitro. Così nel 1990 a Verona si fece cacciare da RosarioLo Bello. Gli fu fischiato un fallo contro, ingiusto secondo lui: voltò le spalle all’arbitro, si sfilò la maglietta ese ne andò. Per quel gesto non ha mai chiesto scusa: “Avevamo dei problemi con l’arbitro, eravamo nervosi. Alla fine non ero d’accordo per l’ennesima volta e mi sono tolto la maglia”.Nessuna scusa anche quando lo accusarono di razzismo. Era la prima stagione degli striscioni offensivi con i giocatori di colore. Ruud Gullit fece il capopopolo: “In questi casi bisogna sospendere le partite, è una vergogna”.

Allora chiesero a Marco la sua opinione, lui rispose al contrario: “No, nonbisogna fermare niente”. Arrivarono critiche, piovvero insulti: il classico refrain dei benpensanti del pallone pronti a trovare il capro espiatorio e a lavarsi le coscienze con l’acqua fredda. Lui si chiuse a riccio, poi parlò: “Chi mi accusa di razzismo, non mi conosce, ho tantissimi amici di colore. Chiedete a loro. Questo non significa che debba essere per forza d’accordocon la sospensione delle partite. Non è colpa mia se ci sono degli imbecilli”.Il carattere, l’unico mistero
Il carattere, l’unico mistero di Marco. Ha passato anni in cui sembrava essere aperto e disponibile. Poi ne ha passati altri in cui appariva scontroso. Lui non ha mai voluto dare una spiegazione, non si è mai aperto, non s’è mai confessato. Ha lasciato che gli altri immaginassero problemi familiari. Invece era tutto regolare: una sola compagna di vita, Lisbeth, perfetta per lui. Poi tre figli. Quando ha smesso di giocare ha portato la sua famiglia a Montecarlo, lui si è messo a fare il golfista. Ovviamente alla grande: se avesse voluto, avrebbe potuto fare anche il
salto tra i professionisti. Dieci anni fa, aveva detto che non sarebbe più tornato nel mondo del calcio: “Ho voglia di dedicarmi ad altro”. Poi ha cambiato idea. Nel 2000 si è fatto tesserare in una squadra di dilettanti olandesi, il Noordwijk: una sola partita, due gol. Nel 2002 il corso da
tecnico. Non voleva diventare allenatore, invece, eccolo qua, in giacca e cravatta. D’altronde la sua vita è stata un costante ritorno, un cerchio che s’èsempre chiuso: il primo gol con la maglia del Milan arrivò in coppa Italia contro il Bari. E contro il Bari anche la rete numero 100. Contro Alessandro Nista, il primo gol nel campionato italiano, a Pisa nel 1987. Allo stesso portiere l’ultima marcatura in campionato: ad Ancona nel 1993. Ritorni, ancora: dalla panchina dell’Ajax aveva cominciato, con quel cambio a Cruyff. Nello stesso posto l’esordio da allenatore: nella Primavera, poi come vice della prima squadra. Non è finita: la nazionale, lasciata durante la qualificazione ai Mondiali di Usa ’94, dopo la delusione dell’Europeo ’92, e adesso ritrovata per le qualificazioni del Mondiale 2006, dopo la delusione dell’Europeo 2004.

Marco Van Basten commissario tecnico dell’Olanda è un messaggio già scritto all’Italia. Perché se uno non lascia eredi deve tornare: prima o poi sarà l’allenatore del Milan. :hopefull:

FORZA MARCO UNICO!!!!:star:

Cheers.;)_
 

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San Siro said:
Here's an article that every self respecting and true Milanista should not only read, but never forget. It's one of the most beautiful hommages I have read on the greatest of all: The Divine Swan. :heart:
Reminded me of so many great memories and gave me the goosebumps and tears. Like only Il Cegno knows. :shades:

Sources: (ilfoglio.it):

L’OLANDESE DANZANTE

Gli bastarono dodici secondi per dire addio.
“La notizia è corta. Semplicemente ho deciso di smettere di fare il calciatore. Grazie a tutti”. Disse così il 17 agosto 1995, dieci anni fa, quando smise ufficialmente con il calcio giocato. Dodici secondi. Sedici parole. Il tempo sufficiente perché si capisse che Marco Van Basten non avrebbe avuto eredi. Stasera, quando dalla panchina dell’Olanda, vedrà muoversi sul campo Ruud Van Nistelrooy sentirà qualcuno indicarlo ancora una volta come il suo successore. Resterà in silenzio, pensando che non è vero. C’è che il pallone ha sempre bisogno di paragoni, anche
quando sa perfettamente che uno come lui non ci sarà mai più. Potrà nascere un altro Maradona, ma non avremo un nuovo Van Basten. E va bene così perché quando hai avuto l’originale,quando l’hai visto e te lo sei goduto, chissenefrega di avere la copia sbiadita, uno che lo scimmiotta senza poter mai raggiungerlo. Il pallone allo specchio. Ci hanno provato in tanti. Troppi. Lascino perdere, che è meglio. Vadano per la loro strada, senza cercare di imitarlo, senza provare a muoversi come lui, senza immaginare un giorno di aspettare un pallone che arriva dal cielo, di accompagnarlo a terra con il sinistro, tenendolo incollato al piede, di portarlo sul destro in mezzo a tre avversari e poi di metterlo in rete nell’unico spazio che è libero, in quella cruna dove la palla può passare soltanto se è magica. Qualcuno potrebbe anche farlo a modo proprio, ma non sarà mai come quel gol del 4 a 4 contro il Pescara. La seconda di tre reti nella stessa partita. Un giorno, forse, un altro ragazzo colpirà al volo di destro una palla quasi inutile, rendendola una delle cose più belle viste da sempre su un campo di pallone. Magari sarà anche in una finale del campionato d’Europa e di fronte ci sarà un monumento della porta come lo era il 25 giugno 1988 Rinat Dasaev. Potrà succedere, ma non sarà uguale.

Non sarà lo stesso incantesimo, non sarà mai tutto così naturale e assoluto. Perché la perfezione dei gesti calcistici è rara ed è già passata. S’è fermata sulla cartilagine della caviglia sinistra di questo ex ragazzo che ha detto stop definitivamente quando aveva neppure 31 anni e di fatto è rimasto interrotto quando ne aveva poco più di 28, il 23 maggio 1993. L’ultima partita. Marco Van Basten ha chiuso un’epoca che è stata soltanto sua. Perché lui non è stato soltanto un giocatore. E’ stato uno specchio: il calcio s’è guardato in lui e s’è scoperto bello. Ha potuto essere elegante e raffinato, altero ed educato, gentile e nobile. Attraverso i suoi movimenti il pallone ha immaginato di essere il tennis e la scherma, dove conta tecnica e cervello, dove il colpo è vincente quando non c’è sbavatura, dove prima di agire devi pensare alla soluzione che ti dà il punto. E tra le tante possibili scegli quella che è nello stesso tempo la più efficace e la più aggraziata, quella che fa pensare agli altri che se c’è uno più forte di te, devi accontentarti di stargli dietro. Un singolarista in un gioco di squadra Perché Van Basten è stato un singolarista in un gioco di squadra. Non uno che dribblava sette uomini e se ne andava in porta da solo. Non uno innamorato del pallone tanto da irritare i compagni di squadra. Non un egoista. Uno che ha inteso il calcio come l’insieme delle capacità di ciascuno: tu difendi, tu costruisci, io segno. E ognuno lo fa con i suoi mezzi: lui usava l’estetica.

E’ per questo che non s’è mai inteso al cento per cento con Arrigo Sacchi, che voleva i numeri al posto degli uomini e poi quando era troppo tardi s’è arreso all’evidenza: senza gli uomini, i numeri contano poco.
A Milano era arrivato dopo aver scaldato il cuore da tifoso di Silvio Berlusconi. Si racconta che lo staff del Milan portò al presidente una videocassetta: dopo 30 secondi, dopo il replay di un gol in rovesciata, l’ordine di acquistarlo nel supermercato olandese dal quale arrivarono anche Ruud Gullit e Frank Rijkaard. La prima volta che si incontrarono di persona, lui e Berlusconi, fu nella notte tra il 19 e il 20 novembre del 1986, all’Amstel Hotel di Amsterdam. Era appena finita Olanda-Polonia, i dirigenti del Milan organizzarono una cena con Marco e Ruud. A lume di candela. Sette operazioni e 309 reti Van Basten fu pagato un miliardo e 750 milioni alla scadenza del contratto con l’Ajax: l’acquisto più conomico della prima era Berlusconi. Si ritrovò Sacchi come tecnico, ma non si eranoconosciuti prima. Ecco perché non si amarono. Ed ecco perché, invece, ha sempre fatto scopa con Johann Cruyff, il suo maestro, quello che la bellezza l’aveva portata per primo in uno stadio e poi l’ha donata al suo pupillo.

L’ha benedetto, lasciandogli il compito di fare quello che a lui non era riuscito: vincere con il calcio totale, con quel sistema che nel 1974 e poi nel 1978 fu sconfitto a pochi passi dal trionfo. Perché il calciatore che oggi non ha eredi, l’eredità l’ha raccolta e l’ha fatta fruttare. E’ cominciata così la storia di Marcel Van Basten, diventato Marco perché la nonna non riusciva a pronunciare il nome vero. E’ cominciata con una pacca sulla spalla datagli da Cruyff, quando aveva 17 anni. Era il 3
aprile 1982, Johann chiese un cambio alla panchina dell’Ajax che giocava in casa contro il Nijmegen. Il Signore uscì toccando il ragazzo: pochi minuti e fu il primo gol. Il primo di 218 con le maglie di club tra campionato olandese e italiano, in 280 partite giocate, divise per dodici stagioni. Il primo di 309 totali, coppe europee e nazionale compresa. Gli unici numeri che contano nella carriera di Van Basten sono questi, appresso alla contabilità delle operazioni chirurgiche (sette), dei
giorni per quei recuperi sempre sperati e dei mesi di sofferenza. Il dolore: tutta la vita di Marco Van Basten è stata l’opera struggente di un formidabile genio, per dirla alla Dave Eggers. Ha iniziato presto a provarlo, prima di quanto si possa immaginare, prima che le radiografie gli dicessero che la caviglia non aveva più le fondamenta e non sarebbe mai più tornata a posto. Il dolore ha fatto parte dell’esistenza di Van Basten più che di quella di qualunque suo collega: più di Roberto Baggio, che s’è giocato quattro volte le ginocchia, più di Alessandro Del Piero, che gliene è bastata una, più di chiunque. Marco ha cominciato a combattere con il suo corpo che era ancora Marcel: dodici anni, appena dopo essere stato scelto dai tecnici delle giovanili dell’Ajax. Sindrome di Pfeiffer, dissero i medici, malattia che colpisce gli adolescenti quando sono affaticati. Rimase a riposo assoluto per tre mesi. Nei primi 30 giorni non riusciva neppure ad alzarsi dal letto per andare in bagno. A 14 anni altri guai: cresceva in fretta, 15 centimetri l’anno. Aveva sempre dolori all’inguine.
Altro consulto medico: i muscoli delle gambe si allungavano troppo, diventavano sempre più piccoli. Gli chiesero di smettere col pallone, gli dissero che se non l’avesse fatto avrebbe rischiato di finire su una sedia a rotelle a 20 anni. Restò fermo per poco, poi riprese. Tra la pallavolo e il pianoforte- Poteva finire lì Van Basten calciatore. Ne avremmo sentito parlare ugualmente. Lui è uno che sarebbe riuscito comunque. Non avesse giocato a pallone, l’avremmo visto da qualche altra parte. Avrebbe potuto fare il centrale, l’opposto o il laterale di pallavolo, perché al liceo una volta il professore di educazione fisica gli disse: “Hai l’altezza giusta, posso farti fare un provino in una squadra vera”. Oppure musicista. Suonava il pianoforte: “Mi è sempre piaciuta la musica classica, da bambino prendevo lezioni di piano. Piaceva a mia madre. Adesso da adulto l’ho riscoperta, come la sento mi vengono i brividi, mi sembra che si aprano spazi nuovi, come se ci fosse un discorso pulito e importante tra questi suoni e l’uomo”.Van Basten non è diventato un pianista per colpa del calcio, perché un giorno mentre era a lezione in casa con il maestro, il televisore era acceso e trasmetteva una partita, così Marcel si distraeva troppo. L’insegnante chiuse libri, spartiti e tastiera: “Signor Joop, suo figlio non mi segue, non verrò più”. E’ stato l’unico momento in cui Van Basten ha dato un dispiacere alla mamma Lenie. Lei, che nel 1984, quando Marco vinse la scarpa d’argento
come secondo miglior bomber d’Europa, organizzò una festa in casa sua, nella stanza che poi è stata trasformata nel museo personale della famiglia. La signora costrinse il marito a far coniare una bottiglia d’argento per regalarla all’altro figlio. Stesso metallo per non scontentare nessuno.

Successo diverso: “Nel bere birra Stan è un campione”. L’altro figlio, Stan, è Stanley, chiamato così perché Joop, ex calciatore, voleva che il primogenito diventasse un giocatore e allora il nome di Matthews, il primo pallone d’oro della storia, poteva portare fortuna. Invece il fenomeno è arrivato dopo, il 31 ottobre 1964 a Utrecht, sotto il segno dello Scorpione. E’ arrivato e ha conquistato tutto: quel pallone d’oro di Sir Stanley l’ha vinto tre volte, si è portato a casa anche tre scudetti olandesi, tre coppe d’Olanda, una coppa delle coppe, poi tre scudetti italiani due supercoppe italiane, due coppe dei campioni, due coppe intercontinentali, due supercoppe europee e un campionato europeo per nazionali. Felicità, la pausa tra un dolore e un altro. La caviglia sinistra è entrata nella sua vita nel 1986, a 22 anni. Fu uno scontro di gioco con Olde Riekerink del Groningen: “E’ stato l’inizio dei miei problemi, ma non la causa. Quando mi hanno visitato dopo quell’infortunio si sono accorti che c’era qualcosa di strano a prescindere dalla botta. Mi hanno operato la prima volta. Oggi l’unica cosa che non farei più è farmi aprire la gamba così spesso”.

Era un difetto congenito, naturale, una di quelle cose che, se fai una vita normale, non te ne accorgi neppure, se invece usi i piedi per lavorare e stupire il mondo, sei condannato. E’ stato il destino a fermare Marco, non un difensore troppo violento. Quelli li avrebbe superati, li avrebbe scartati, li avrebbe lasciati fermi a osservare come si muove un ballerino quando suona una melodia perfetta. Perché Van Basten è stato lo sportivo più vicino a Rudolf Nureyev.:heart::shades: Non c’entra quella danza del ventre improvvisata quando festeggiava un gol, quella cominciò a farla proprio per sbertucciare un difensore che conosceva la caviglia malata e picchiava sempre più forte. Era Pasquale Bruno. Fu punito da un autogol e Marco Van Basten gli andò incontro per prendersi la sua vendetta: tu picchi, tu meni, tu mi vuoi fare fuori, eccoti servito. E ballò per qualche secondo, con quello per terra che l’avrebbe preso a pugni. No, la vera danza di Marco Van Basten erano i movimenti sul campo, quelli più belli perché uno alto quasi un metro e novanta che ondeggiava leggiadro in mezzo agli altri ti lasciava a bocca aperta. L’estetica abbinata al risultato Di lui si sono innamorati in tanti. Se ne è innamorato Andrea Scanzi che ha scritto “Canto del Cigno”, una biografia non biografica, inno alla bellezza dei suoi gesti. Se n’è innamorato soprattutto Carmelo Bene: “Van Basten in ogni partita sembrava straordinario (…). Era uno che più che giocare era giocato. Nel senso che, istintivamente, diceva: quando si è qua, si tira di collo destro, quando si è di là, di collo sinistro”. La perfezione. Marco lo hanno chiamato Computer e poi Basic, perché il suo calcio è sempre stato la sintesi tra la meccanica e il colpo. Non quello estemporaneo, ma quello giusto.

Come quando segnò al Santiago Bernabeu, contro il Real Madrid in coppa dei campioni. Mauro Tassotti crossò verso l’area, la palla arrivò a destinazione che era bassa. Uno normale gli sarebbe andato incontro per fermarla di piede, cercare il duello col difensore e provare a calciare. Van Basten si tuffò di testa, a pelo d’erba, colpì dal basso verso l’alto, il pallone toccò la traversa poi la schiena di Francisco Buyo. Entrò. Ecco Basic, ecco il Computer, quello che in pochi secondi ti fa l’operazione: se faccio quello che s’aspettano, mi fregano; se li prendo in controtempo, li frego io. Il calcolo. Come la rovesciata al Goteborg, nell’ultima volta che segnò in una partita europea, a San Siro: l’estetica abbinata al risultato. La meraviglia. Nessuno poteva rovinare il disegno Quando c’era lui in campo nessuno doveva permettersi di rovinare il suo disegno. Neppure l’arbitro. Così nel 1990 a Verona si fece cacciare da RosarioLo Bello. Gli fu fischiato un fallo contro, ingiusto secondo lui: voltò le spalle all’arbitro, si sfilò la maglietta ese ne andò. Per quel gesto non ha mai chiesto scusa: “Avevamo dei problemi con l’arbitro, eravamo nervosi. Alla fine non ero d’accordo per l’ennesima volta e mi sono tolto la maglia”.Nessuna scusa anche quando lo accusarono di razzismo. Era la prima stagione degli striscioni offensivi con i giocatori di colore. Ruud Gullit fece il capopopolo: “In questi casi bisogna sospendere le partite, è una vergogna”.

Allora chiesero a Marco la sua opinione, lui rispose al contrario: “No, nonbisogna fermare niente”. Arrivarono critiche, piovvero insulti: il classico refrain dei benpensanti del pallone pronti a trovare il capro espiatorio e a lavarsi le coscienze con l’acqua fredda. Lui si chiuse a riccio, poi parlò: “Chi mi accusa di razzismo, non mi conosce, ho tantissimi amici di colore. Chiedete a loro. Questo non significa che debba essere per forza d’accordocon la sospensione delle partite. Non è colpa mia se ci sono degli imbecilli”.Il carattere, l’unico mistero
Il carattere, l’unico mistero di Marco. Ha passato anni in cui sembrava essere aperto e disponibile. Poi ne ha passati altri in cui appariva scontroso. Lui non ha mai voluto dare una spiegazione, non si è mai aperto, non s’è mai confessato. Ha lasciato che gli altri immaginassero problemi familiari. Invece era tutto regolare: una sola compagna di vita, Lisbeth, perfetta per lui. Poi tre figli. Quando ha smesso di giocare ha portato la sua famiglia a Montecarlo, lui si è messo a fare il golfista. Ovviamente alla grande: se avesse voluto, avrebbe potuto fare anche il
salto tra i professionisti. Dieci anni fa, aveva detto che non sarebbe più tornato nel mondo del calcio: “Ho voglia di dedicarmi ad altro”. Poi ha cambiato idea. Nel 2000 si è fatto tesserare in una squadra di dilettanti olandesi, il Noordwijk: una sola partita, due gol. Nel 2002 il corso da
tecnico. Non voleva diventare allenatore, invece, eccolo qua, in giacca e cravatta. D’altronde la sua vita è stata un costante ritorno, un cerchio che s’èsempre chiuso: il primo gol con la maglia del Milan arrivò in coppa Italia contro il Bari. E contro il Bari anche la rete numero 100. Contro Alessandro Nista, il primo gol nel campionato italiano, a Pisa nel 1987. Allo stesso portiere l’ultima marcatura in campionato: ad Ancona nel 1993. Ritorni, ancora: dalla panchina dell’Ajax aveva cominciato, con quel cambio a Cruyff. Nello stesso posto l’esordio da allenatore: nella Primavera, poi come vice della prima squadra. Non è finita: la nazionale, lasciata durante la qualificazione ai Mondiali di Usa ’94, dopo la delusione dell’Europeo ’92, e adesso ritrovata per le qualificazioni del Mondiale 2006, dopo la delusione dell’Europeo 2004.

Marco Van Basten commissario tecnico dell’Olanda è un messaggio già scritto all’Italia. Perché se uno non lascia eredi deve tornare: prima o poi sarà l’allenatore del Milan. :hopefull:

FORZA MARCO UNICO!!!!:star:

Cheers.;)_

I give you 5 bucks if you translate it :D
 

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San Siro said:
Potrà nascere un altro Maradona, ma non avremo un nuovo Van Basten.
"Another Maradona may come to life, we'll never have another Van Basten" :stuckup: :shades: :stuckup:




BTW, why do you have a photo of me as kid as your avatar? :stuckup: ;) :stuckup:
 

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And yet Shevchenko have scored more for Milan?

Anyway, San Siro. How old are you? Do you remember Van Basten at all? ;)
 

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VERDI said:
And yet Shevchenko have scored more for Milan?

Anyway, San Siro. How old are you? Do you remember Van Basten at all? ;)
The first game Payman saw was Real Madrid vs. Milan in the 1989 ECC semi-final first leg with his dad and uncle both supporting Real at the time and trying to convince him that Real was the better club. :tongue:

Payman would be roughly 11 years old at the time. :stuckup:
 

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VERDI said:
And yet Shevchenko have scored more for Milan?

;)
True, but MVB is the Rudolf Nureyev of football :shades:
 

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Discussion Starter #10
Haroon said:
The first game Payman saw was Real Madrid vs. Milan in the 1989 ECC semi-final first leg with his dad and uncle both supporting Real at the time and trying to convince him that Real was the better club. :tongue:

Payman would be roughly 11 years old at the time. :stuckup:
Almost. I was 8 years old at the time and it was as if I were struck by lightning. :dazed: It all began right there and then. :stuckup::heart:

I'm pretty sure that had Marco not been haunted by his fragile ankles, he could have played for another 4-5 years and would have probably scored 700 goals and won 2 if not 3 more Ballons d'Or....:sob:

Cruel Destiny....:depress::sob:

Marco Van Basten, The Greatest of All!!!!!:stuckup:

Cheers.;)
 

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Diavolo said:
True, but MVB is the Rudolf Nureyev of football :shades:

That’s pretty much it! I haven’t heard that one before but it is THE TRUTH of who and what MVB was as a player. Seeing the early results from his young Holland NT, seems to be not that bad as a coach.

By the way, the great Sachi Dutch Milan is one of these miracle stories of life after death, of growing bigger after it seized to exist, of actually living a second life and proving beyond any that we still haven’t fully figured out what hit us 16 years or so ago. Take a look at the coaching career of its players - MVB, Carlo, Rajkaard, even Gullit is not so bad of a coach :D Then you get the loyal great work Baresi and Tassoti do it the Milan young generations and recently Donadoni seem to get off to a good start in his Serie A career. And Arigo the architect is now trying to fix the unfixable - turning a circus into a team ;)

What did really hit us back then? Would we ever grasp to real true dimensions of the greatest club team to ever walk on earth?
:proud:
 
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