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This is no Joke!:stuckup:

Today, might be April's fool's day, but that ain't a joke that today is a special day for The Brotherhood as it's the birthday of the man whom made the utopy become reality. The man whom revolutionized not only Milan and italian football but world football at a time where the beautiful game was about to be extinguished. His name will always be linked to some of the best football the world has seen anywhere, anytime. He was the one whom made the Brotherhood back on top of the world with his spectacular football, consistent and suffocating pressure for the opponents coupled with the deadly off-side trap master to perfection in what was the most beautiful and dominant club football team ever this universe has yet to witness and the Brotherhood to be blessed with!:heart::star: :proud::devil:

He is the man at the helm of Gli Immortali, those who will be forever in our heart with some of hte most indelibile footballing moments we've been privileged to live.




Auguri Don Arrigo!!!:shades::proud: :star::devil:

I sessant’anni, domani, di Arrigo Sacchi non prevedono celebrazioni particolari, se si escludono quelle familiari. Così, almeno, sostiene l’interessato. Del resto, la più grande celebrazione di questo ora apparente Cincinnato del pallone, ritirato nelle sue terre romagnole, sta nel fatto che, vent’anni dopo la sua manifestazione come allenatore in carriera (vittoria per 1-0 del Parma a San Siro sul Milan il 3 settembre 1986, girone eliminatorio di Coppa Italia), il mondo è ancora diviso in sacchiani e anti-sacchiani. Un po’ come succede per il suo primo datore di lavoro, anzi nel suo caso di più, il terzismo non esiste: con Arrigo, o si sta di qua o si sta di là. Il 28 marzo del 1987, proprio in un sabato d’inizio di primavera come questo, il Corriere della Sera annunciò che Silvio Berlusconi aveva scelto Arrigo Sacchi, allenatore del Parma che aveva battuto due volte a San Siro il Milan in Coppa Italia (la seconda nella partita di andata degli ottavi del 25 febbraio 1987, sempre 1-0), sarebbe stato la pietra d’angolo della squadra del futuro, la cui «mission» era quella di vincere, in Italia, ma soprattutto nel mondo.
Diciannove anni dopo il Milan continua a vincere, anche con altri professionisti al comando, mentre Arrigo Sacchi è un presunto pensionato a Fusignano. Presunto, perché, lasciato il Real Madrid, non sta con le mani in mano. Mastica calcio, sempre, e dà «una mano agli amici, in modo ufficioso». Non abbiamo capito il nome degli amici. «Non l’ho detto». Il suo esilio è attraversato dai bagliori dei suoi anni ruggenti su cui ancora si discute. Nessuno, ad esempio, ha mai parlato di Pieris, il posto da dove viene Fabio Capello, o Viareggio, quello da cui arriva Marcello Lippi, come di luoghi filosofici, sedi di scuole di pensiero con adepti e, come per tutte le teorie sul mondo (in questo caso del calcio), con uno stuolo di avversari e detrattori.
Invece Fusignano, da uscita sulla bretella che dalla A14 porta a Ravenna, è diventato il luogo della corrente dei «fusignanisti», i seguaci dell’allenatore che parlava di calcio spettacolo, di zona, di rinnovamento del calcio italiano. Il primo che, con il suo Milan, non subì la sindrome di Stoccolma del Santiago Bernabeu, dove le squadre italiane si adeguavano ai ritmi e alle voglie dei carcerieri del Real Madrid, ma andò ad imporre il suo gioco. Il primo a far discutere anche quando passò da questa parte, durante l’Europeo del 2000, diventando opinionista della Stampa . Tutto si poteva dire, ma non che dicesse le solite banalità dei suoi colleghi transitati dalla panchina al microfono o al computer, prima e dopo di lui. I pellegrinaggi verso Fusignano cominciarono allora, nell’aprile del 1987. Allora lui allenava in serie B col Parma. Sfiorò la serie A sul campo, gioco spettacolare e giocatori sconosciuti (Mussi, Bianchi, Bortolazzi) che si portò al Milan.
Lui aveva ancora papà e mamma (ottimi i tortelli della signora) e già possedeva le terre. Non arrivarono con i denari di Berlusconi, anzi. Arrigo Sacchi è sempre stato bravo con gli affari, già aveva investito nell’agricoltura. In uno dei suoi poderi viveva un’anziana coppia. Ci portò a trovarla. A quei tempi il calcio era più semplice, almeno a livello di rapporti umani, e secondo una (un’altra) corrente di pensiero, fu proprio lui, tra gli altri, a contribuire a creare questo calcio esasperato nel quale viviamo e i cui ritmi non riesce più a sopportare. In verità, Arrigo predicava «l’intensità» solo sul campo, non fuori, non nei G-14, non nella pervicace ricerca dell’affare, del denaro, del potere, non nel calcio esagerato, televisivo. Se ha una colpa, è stata quella di ridare importanza al ruolo dell’allenatore come demiurgo, impresa, prima di lui, riuscita solo a Helenio Herrera. Se qualcuno ne ha fatto un cattivo uso, sono stati i suoi colleghi, che si fanno versare, spesso, emolumenti che non meritano.
Ad Arrigo è sempre piaciuto parlare di calcio, e non solo. Gli è sempre piaciuto raccontare. Starlo a sentire è sempre uno spasso. La sintesi dei suoi sessant’anni: «Dalle mie parti si dice che per avere successo serve talento, pazienza, cultura e fortuna. Beh, veramente l’ultima espressione non è proprio in questi termini, ma avete capito. Io non ho praticamente giocato a pallone e sono diventato allenatore, non sono andato all’università e mi hanno dato la laurea, bevo poco e, quando bevo, non capisco la differenza tra un sangiovese e un barolo, eppure ora mi fanno anche sommelier».
Probabilmente prepara il ritorno, l’ennesimo. Magari rendendo ufficiale quel suo «aiuto agli amici». L’esperienza in panchina è certo finita a Parma, in quel gennaio del 2001, in cui non seppe dire di no a Calisto Tanzi. Il giorno che lo presentarono a Collecchio venne il patron, in persona, e fu l’ultima volta che lo videro al campo. Quella mattina - presto probabilmente - lo chiamò Gianni Agnelli. La voglia di calcio, quella, no, non si esaurisce, perché la passione è ancora viva. Ha rinnovato, ha diviso, segnando, come pochi, il suo tempo. E comunque, nel suo grande, ha fatto la trafila, passando dalle giovanili, scrivendo pure dei libri, sui ragazzi. Adesso nascono imparati. Ha fatto numerosi sbagli, certo, ma gliene sono attribuiti tanti a vanvera. Ad esempio non è vero che non amava i grandi giocatori. Van Basten compreso. E Maradona, in squadra, l’avrebbe messo sempre. Ha sessant’anni, Arrigo Sacchi, ma pensarlo senza calcio suona strano. Infatti è lì che trama qualcosa, tra Fusignano e il West.

Cheers.;)
 

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Dalle mie parti si dice che per avere successo serve talento, pazienza, cultura e fortuna. Beh, veramente l’ultima espressione non è proprio in questi termini, ma avete capito. Io non ho praticamente giocato a pallone e sono diventato allenatore, non sono andato all’università e mi hanno dato la laurea, bevo poco e, quando bevo, non capisco la differenza tra un sangiovese e un barolo, eppure ora mi fanno anche sommelier».
:howler:

Grandissimo Arrigo!!!Uno di noi per sempre!!!:heart::proud:

Cheers.;)
 

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San Siro said:
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Grandissimo Arrigo!!!Uno di noi per sempre!!!:heart::proud:

Cheers.;)
:tongue:

Once again, Grandissimo Arrigo :proud: :heart: :proud:
 

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San Siro said:
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Grandissimo Arrigo!!!Uno di noi per sempre!!!:heart::proud:

Cheers.;)
To continue in the same train of thought of that juicy quote by Don Arrigo, I might add that he's a born winner and that's why he's never been a coach of Inter...:lala: :jester: :howler:

Don Arrigo, 6 un mito!!!:heart::proud: :devil:

Cheers.;)
 
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